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mercoledì 11 settembre 2013

Ricordi di quel 11 settembre

Caro diario,

Ognuno ha dei ricordi particolari legati a un evento particolare. Alcuni belli, alcuni brutti, ma certi ricordi, anche se a volte possono sbiadire, ci seguono per tutta la vita.

Era un giorno normale, almeno l'inizio lo prometteva. Un giorno come questo. All'epoca studiavo a Gorizia e vivevo in un convitto studentesco al confine con la Slovenia. Da poco più di un anno risiedevo in Italia, dove mi ero trasferita per studiare all'università locale. I corsi iniziavano ad ottobre ma io, come molti altri studenti, ero rientrata prima per gli esami.

Stavo scendendo le scale per andare in cucina per farmi un tè, lo studio mi aveva fatto venire la fame e voglia dei biscotti e una bibita calda, quando sentii una delle suore gridare. "Emina corri! Corri! C'è la guerra in America!" Mi recai di corsa nel soggiorno, dove c'era la tv, che trasmetteva le immagini a dire poco orribili. Sul divano c'era seduta una ragazza che seguiva con l'attenzione quello che lo speaker diceva. Pian piano la stanza si riempisse di altre persone, allarmate dalle grida della suora. Sui volti di tutte noi c'era lo sgomento. L'incredulità. Guardavo le torri gemelle in fiamme e mi si stringeva il cuore. Dicevamo che c'era stato un attacco teroristico, ma in quel momento sentivo solo il silenzio del dolore per la morte di tutte quelle persone. Avevo vissuto dei bombardamenti della Serbia ma quelle immagini erano molto forti. Non era giusto che la gente morisse cosi, per colpa di quei pazzi, pensai.



Sono passati 12 anni da allora ma non ho mai dimenticato quel giorno. Sono ricordi che nonostante passi il tempo restano parte di noi. Per sempre. Per ricordare. Per non dimenticare. Per sperare che non accadi mai più.

In questi giorni, in cui la crisi siriana ci tiene tutti in apprensione, bisogna più che mai gridare alla pace, con la speranza che la guerra possa fermarsi. La guerra non è mai una risposta giusta. Mai.

Buona serata, mondo!

giovedì 5 settembre 2013

Tredici anni in Italia: la prima volta a Gorizia

Caro diario,

Oggi è il 5 settembre. Esattamente tredici anni fa, a quest’ora, stavo a Gorizia, in un’aula grande del polo universitario goriziano dove si svolgeva l’esame d’ammissione al prestigioso SID (per chi non conoscesse, l’acronimo sta per Scienze Internazionali e Diplomatiche). Ero da poche ore arrivata in Italia e ancora frastornata, per non dire spaventata da quello che mi attendeva.

Prima di partire per l’Italia, non avevo saputo nulla riguardo all’esame che dovevo fare. Al centro culturale d’Italia, presso l’ambasciata, nessuno sapeva darmi le informazioni giuste. Mi sentivo come un gatto in un sacco appena messo in libertà, in una notte buia, che non sa cosa deve fare prima. Considerai quell’esame un vero salto in buio che dovevo, come meglio sapevo, superare. In treno, da Trento fino a Gorizia, conobbi un ragazzo che andava anche lui a fare il fatidico esame, che mi raccontò dell’esistenza delle tre prove di fuoco da superare.

L’una, l’esame di lingua inglese, era l’unica prova che mi dava un senso di calma. Se io, che venivo dal liceo linguistico non conoscessi le lingue straniere, era praticamente impossibile! Le altre due, l’esame scritto in cui c’era da scrivere un tema d’attualità, per di più in italiano, che avevo studiato per i miseri sei mesi, e il test orale di cultura generale, mi mettevano sicuramente d’ansia! Ero un po’ terrorizzata, lo ammetto.

Gorizia e famosa scritta Tito je naš

Eravamo suddivisi per gli esami in ordine alfabetico. Così io, con la lettera R, ero messa insieme a tutti coloro i cui cognomi iniziavano dalla lettera O, se non ricordo male. Non ricordo come era il tipo, forse era anche una donna, che scrisse sulla lavagna il titolo del tema da scrivere, “Tecniche della cooperazione dei paesi mediterranei”, qualcosa del genere. Ricordo il terrore che mi aveva assalito. Che ne so io, pensai, di queste cose qui. Perché non mi fanno fare un tema sulla letteratura italiana?, dissi tra me e me. Neanche oggi so cosa mi passava per la mente, mi misi a scrivere credendo di mettere insieme soltanto le frasi senza alcun senso.

sabato 14 luglio 2012

VIAGGI A... Parigi, un sogno realizzato

Caro diario,

Era da tempo che non aggiornavo lo spazio dedicato a luoghi visitati, a quelle emozioni che, nonostante passasse il tempo restano sempre vivi dentro di me. Il mio sabato, però, anche se non lo faccio con frequenza, avrà sempre il sapore dei viaggi: quelli vissuti con intensità, e quelli sognati a occhi aperti che non sono stati ancora realizzati. Dove porto oggi i nostri lettori, te lo starai chiedendo... te lo dico subito, tanto non vale la pena tenerti sulle spine. Oggi rivisiteremo un luogo magico, che mi ha rubato il cuore al primo sguardo, che ho sognato sin da piccola, e che solo otto anni fa ebbi la possibilità di visitare. Parigi.

Quando studiavo ancora a Gorizia, e studiavo il francese, avevo questo professore bizzarro e ottuso, De Gioia. Non era tanta gioia per me quando dovevo andare alle sue lezioni. Rimpiangevo con tutta me stessa la mia vecchia prof della Serbia, severa anche lei ma almeno aveva un'anima, e non riuscivo ad accettare quell'uomo. Il mio voto era pessimo per i miei gusti, ogni giorno che passava mi rendevo conto di perdere tutte le certezze linguistiche che avevo, e per recuperare ho deciso di fare un corso in Francia. Così, a settembre 2004, insieme a un'amica più giovane ma che studiava insieme a me, Zsuzsanna, partii alla volta di Parigi. Ci restammo per un mese intero, e che mese!

Una mattina piuttosto fresca mi recai all'aeroporto di Milano. Il volo era molto presto, alle 7:20, e già alle 9 era previsto il mio arrivo nella città che, per una ragione sconosciuta a me, aveva una tale importanza che non riuscivo a capire. All'aeroporto doveva venirmi a prendere un amico di papà, emigrato dalla Serbia più di trent'anni fa che viveva lì e faceva tassista. Scesa dall'areo, ancora assonata, fu accolta da un'emozione troppo forte e una sensazione stranissima. Sentivo che stavo ritornando a casa, e non capivo. Non avevo tempo per pensare alla mia confusione, dovevo trovare questo tassista che mi avrebbe portata al collegio in cui eravamo alloggiate Zsuzsi (era il sopranome dell'amica che sarebbe arrivata già lì) ed io. Presi i bagagli, andai fuori ma non lo vedevo. Una chiamata al cellulare mi ha chiarito ogni dubbio, l'uomo pensava che sarei arrivata alle 9 di sera, e fui costretta a prendere il primo taxi.

Il tassista, un chiacchierone marocchino di incirca 35 anni,  era un uomo gentile con cui si chiacchierava amabilmente. In francese, ovvio. Io, sinceramente, avevo qualche perplessità, questo De Gioia che menzionai mi aveva tolto ogni speranza linguistica, ma dopo un po' mi sono sciolta. Mentre mi portava all'indirizzo che gli ho dato, guardavo dalla finestra. Le cose che vedevo, i paesaggi, erano tanto familiari. Troppo. Sì, so che cosa pensate, li avevi visti in foto. Ma, la sensazione strana, quella che mi premeva sul cuore ogni minuto che passava mi diceva un'unica frase: Bentornata a casa. 

Il collegio per le ragazze, era situato vicino alla chiesa di Notre Damme, in un viuzza cui nome, purtroppo, non rammento ora. Dividevo la stanza con Zsuzsanna, la ragazza ungherese che studiava con me, ed era pure lei una delle tante vittime di De Gioia. Era una stanza ampia, carina, illuminata, che tutto sommato mi piaceva. Le ragazze che vi abitavano, soprattutto quelle francesi, erano troppo altezzose, anche se, col cuore nella mano, devo ammettere, non erano tutte così. Tra quelle mura però facemmo amicizia con una ragazza, veniva dalla lontana Venezuela, Paula, con la quale andavamo a girare la città nel tempo libero. Ci sentiamo anche oggi, non tanto spesso, ma ci aggiorniamo sulle nostre vite di tanto in tanto.

Foto: Selene's Cell


Il corso di lingua lo seguivamo ad Alliance Française, se non sbaglio tre volte a settimana. Il resto lo passavamo nella scoperta della capitale che più il tempo passava, più mi conquistava. Zsuzsi non era, devo ammettere, tanto entusiasta come me,e non vedeva tutta questa bellezza e perfezione che vedevo io. Per me, che sognavo la capitale francese da bambina, era il massimo che potevo avere dalla vita in quel momento. Ogni via che percorrevo mi dava qualche emozione, mentre mi guardavo nelle vetrine vedevo una ragazza sempre sorridente e felice.

A Parigi ho combattuto anche la mia paura più grande, quella dell'altezza, salendo sul tetto dell'Arco di Trionfo e sulla Notre Dame, da dove si estendeva una vista magnifica che ricordo ancora.  Poi, che dire della Torre Eiffel, bellissima nella sua grandezza ed imponenza. Lì, purtroppo, non ero salita, era troppo alto per me. Non me la sentivo.

Torre Eiffel, Parigi Foto: Selene's Cell

Per spostarsi in città, usavamo sempre la metro. Tante linee, un po' complicate, ma alla fine ci eravamo abituate, dopo un po'. Il tempo volava, a volte mi sembrava che mi sfuggiva tra le mani, e il panico di non poter vedere tutto non mi abbandonava. Tra i corsi, magari giornate brutte (capitava che pioveva e io che mi ero portata solo i vestiti leggeri dovetti comprare un maglioncino viola) non mi è stato possibile vedere tutto che volevo. Però sono contenta di essere riuscita a vedere le cose che mi interessavano di più: i musei (il Louvre era uno spettacolo che non scorderò mai), le chiese (la basilica di Sacro Cuore era una delle cose più belle che avevo visto), l'Opera de Paris, Monmartre, le piazze, come quella di Vendome, i bellissimi giardini delle Tuileries, di Luxembourg e quello stupendo parco della Villette. 


Foto: Selene's Cell

Era un soggiorno più che piacevole, che mi ha dato tante emozioni, sensazioni che provo ogni tal volta che apro il vecchio album. All'epoca non avevo la macchina digitale e purtroppo non posso postarvi qualche foto ricordo. Però, grazie ad una blogger eccezionale, Selene's Cell, che è tra l'altro una fotografa stupenda, ho scelto qualche cartolina che ricorda alla perfezione il mio periodo parigino. Il mio rientro a casa. Probabilmente in una vita passata ci avrei vissuto per davvero. 

Oggi in Francia è la Festa Nazionale...in memoria  della Presa della Bastiglia.. Buon 14 luglio a tutti i francesi.

Buona serata, mondo. 

venerdì 25 maggio 2012

La vita - riflettiamo insieme

Caro diario,

E anche adesso, quando appoggio la testa sul cuscino, me pervade lo stesso brivido di quella notte in cui mi sono svegliata gridando e chiamando mia madre. Sono passati pochi giorni, ma il ricordo è ancora fresco, vivo dentro di me. Un attimo di paura, durato una manciata di secondi, che mi ha fatto riflettere sul bene più prezioso che abbiamo - la vita.

Il letto si stava spostando velocemente ballando nel ritmo di una danza che non mi faceva felice, anzi, mi dava il profondo senso di angoscia. "Alzati, tranquilla, è il terremoto.." Disse papà mentre correvo a ripararmi. Quei venti secondi mi sono sembrati un'eternità. Guardai all'orologio, erano le quattro del mattino passate da poco. Dall'edificio di fronte si vedevano le luci ad accendersi. Non si capiva dove fosse l'epicentro, se era vicino a Trento, e in tv nessuna notizia che potesse rassicurarmi. "Torna a dormire." Mi consigliò papà, ma non me la sentivo. La paura che potesse arrivare un'altra scossa non mi abbandonava. Così per far passare il tempo, e ingannare l'inquietudine che si era impossessata  di me, decisi di accendere il portatile e vedere se arrivavano le notizie riguardo al terremoto. Grazie al popolo di twitter scoprii che l'epicentro era nel modinese e che il sisma era di magnitudo 6. Nel frattempo cominciarono ad arrivare le prime notizie ufficiali. Poi, alle 5 un'altra scossa. Accucciata sul letto cercavo di rilassarmi, inutilmente. La mente viaggiava a mille all'ora. All'alba sono finalmente crollata dal sonno.

Tante persone hanno dovuto abbandonare proprie case. E che dire di patrimonio artistico perduto. La vita non è sempre rose e fiori e ci fa a volte brutti scherzi. E' fragile e va salvaguardata. In quei momenti brutti, le scosse che si replicavano anche il giorno dopo, non ho potuto che pensare, rendermi conto quanto siamo fortunati e quanto poco valore diamo alla vita e a quello che ci circonda. Abbiamo un pianeta che trattiamo con poco rispetto, senza pensarci alle conseguenze. Diamo colpa alle profezie Maya, ci perdiamo negli inutili schemi del fine del mondo che FORSE arriverà. Sarebbe l'ora che la smettessimo.

E' passata quasi una settimana e la terra trema ancora. I terremoti, si sa, non si possono prevedere, né fermare, ma si può essere responsabili. Fare in modo che le case siano più sicure, soprattutto quelle vecchie e antiche, di un valore culturale inestimabile. Riflettiamoci insieme. La vita ci sta avvertendo. Sta a noi darle retta o no.




Buona serata. 

sabato 21 aprile 2012

VIAGGI A ... Quanto eri bella Roma!

Caro diario,

E' una giornata tranquilla e silenziosa, con tante nuvole e poco sole. Uno di quei giorni un po' spenti, in cui tendo di viaggiare con la mente, senza pensare dove mi porterà. Quando decisi di creare questo spazio, in cui scrivo i miei pensieri, i miei sogni e i miei ricordi, volevo raccontare tante cose che mi sono successe in tutti questi anni. Avevo idea di fare un percorso al contrario, partendo dal presente per ritornare al passato, ma dopo un po' abbandonai questo progetto, aggiornando questo diario virtuale saltuariamente. Ora ho deciso di portare una novità al blog, creando una rubrica apposita dedicata ai viaggi effettuati e a quelli che vorrei fare. L'ho chiamata "Viaggi a ...". Viaggeremo insieme, ogni sabato, e come sempre chiacchierando in varie lingue. Dove vi porto oggi? A Roma!


lunedì 28 marzo 2011

Maledetta primavera

Caro diario,
È cominciata una delle belle stagioni, la primavera. A certe persone questa stagione piace molto, evoca in loro dei bei ricordi, delle sensazioni piacevolissime. È la stagione che risveglia buon umore, che porta, dicono, le novità in amore. Tutto sommato, per maggior parte della gente, è una stagione positiva. A me, però, non è mai piaciuta molto, né credo che dagli ultimi eventi cambierà qualcosa. Per me era e resterà una stagione maledetta.
Perché di questo risentimento in me verso i mesi di marzo, aprile e maggio, ti chiederai. Il primo dispiacere mi portò il lontano 22 marzo dell’anno 1990. In un ospedale di Belgrado, proprio quel giorno, la leucemia aveva portato via mio nonno, un uomo meraviglioso che amavo tanto, così tanto che non ebbi il coraggio di andare al suo funerale. Ero una bambina all’epoca, avevo dieci anni compiuti, piena di rabbia. Non volevo che se ne andasse così, senza poterlo salutare ed abbracciare. Mi rifiutai di vederlo morto. Volevo ricordarlo così,com’era, bello e generoso. Volevo e invece, chissà se per il dolore, o per lo shock, lo cancellai inconsapevolmente dalla mente. Ricordo il suo viso dalle foto. Almeno qualcosa è rimasto. Meglio di niente.
Era sempre la primavera quando, nel 1993, fui operata al piede all’ospedale di Tiršova a Belgrado, che ricordo come un periodo molto triste in cui una grande donna della mia vita mi restò sempre accanto. Mi curò con tanta premura e dedizione quando in estate fui dimessa dall’ospedale. Era lì felice ad abbracciarmi quando feci da sola i miei primi passi. Mi incoraggiò ad andare avanti, nonostante tutte le difficoltà che avevo, non solo all’epoca.
Sei anni più tardi, ormai ero grandicella, la primavera mi portò di nuovo delle grandi delusioni e tristezze. Fu la primavera in cui il mio paese fu bombardato per i vari mesi. Era sempre marzo, il 24esimo, quando sentì la maledetta sirena e quell’aereo che sorvolava la città in cui studiavo. Uno di quegli aerei che il primo aprile distrusse il mio ponte preferito sul Danubio, che collegava Petrovaradin a Novi Sad, che chissà quante volte passai in una delle mie passeggiate diurne. La stessa primavera che aspettai la mamma che tornava dall’Italia con il cuore nella mano. La odiai, quella primavera, dicannovesima della mia vita. Ma non ero sola, avevo le persone più importanti accanto. Come sempre.
La primavera del 2003, mentre ero a Gorizia dove frequentavo l’università, mi portò delle brutte notizie. Mia madre, la donna che mi aveva dato la vita, quasi perdendo la sua, che mi appoggiava in tutto, anche quando ero disabile e non potevo camminare dalla nascita fino ai miei quattro anni, era ricoverata d’urgenza all’ospedale di Trento per il maledetto ictus che la colpì di sorpresa. Non poteva parlare, né camminare. Stessi molto male. Persino mi rifiutavo di mangiare e le amiche mi portavano con forza fuori. Ero debole. Non riuscivo ad accettare che una persona forte come mia madre, che era sempre attiva, fosse ridotta così. Non riuscivo nemmeno a guardarla. Ero una codarda. Feci le valige e scappai in Serbia. Una cosa che non perdonerò mai a me stessa.
È sempre la primavera, la primavera del 2011. Era un sabato come tanti. Un sabato in famiglia. Mamma stava cucinando, papà era a fare delle spese, io là, con lei, a chiacchierare. Mi ero assentata per un attimo, in camera mia, per mettere il telefonino in carica. La sentì gridare e corsi in cucina. Il fuoco le aveva preso la maglietta a maniche corte che le avevo portato dalla Russia, e cercava di sfilarsela. I suoi capelli avevano già preso il fuoco, e anche la sedia vicino. Mi bloccai dalla paura per un istante. Penso di averla anche toccata. Sul tavolo c’era la bottiglia d’acqua e la presi con le mani che mi tremavano. Avrei potuto prendere il cuscino, avrei potuto fare altro. Riuscì però a spegnere il fuoco e a cercare il telefono per chiamare l’ambulanza. Quello stesso giorno, una settimana fa quasi, la portarono a Verona. Per fortuna non è grave, poteva essere molto peggio. Guarirà. Ci vorrà del tempo, però vinceremo anche questa battaglia. Forse avrei potuto fare di più. È da giorni che ci penso e ripenso, cercando di mandare indietro il film di quel pomeriggio, ma non ci riesco. Ho un buco nella memoria. L’importante è che lei è viva, che passerà anche questo. Il resto non conta.
Forza grande donna. Ora ci sono io con te. Ora sono più forte, e sai che ci puoi contare. La casa è così vuota senza te. Mi manchi però ti parlo, sai. Parlo con tua foto. Sono convinta che tu possa sentirmi, mamma. Un giorno ricorderemo questo episodio con un sorriso. E sai che, con quel nuovo look, i capelli corti, somigli proprio a Sharon Stone. Macché, sei più bella di lei.
Che il Dio ti protegga, mamma.

martedì 21 dicembre 2010

Quinto anniversario di laurea… ricordi di quel 21. dicembre 2005

Caro diario,

Il calendario segna mercoledì, 21. dicembre. A prima vista una qualsiasi giornata invernale, con un cielo grigio e il venticello freddo che taglia l'aria che ci circonda, e invece non è una giornata come tante. È una giornata molto particolare che mi porta di cinque anni indietro nel tempo. Anche all'epoca il 21 dicembre cadde mercoledì, l'anno 2005 stava per finire, e io da poco avevo compiuto 25 anni. Cos'era di così particolare in quella giornata dicembrine, ti chiederai, caro diario mio. Era il giorno che ricorderò per tutta la vita per le cose che successero: la famosa scivolata davanti alla commissione che mi fece vergognare (avrei dovuto imparare a camminare con i tacchi all'epoca del viaggio nei Balcani di cui un giorno te ne parlerò), il vestito e la corona rosa che mi fecero mettere quei farabutti di miei compagni di corso che ancora conservo come un bellissimo ricordo, e per affetto che quel giorno mi regalò la gente che amo, a partire da due persone splendide che sono i miei genitori. Quel 21 dicembre 2005 terminò un ciclo importante della mia vita, mi laureai in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi che avevo scelto io, e che era molto importante per me, e stavo per lasciare Gorizia una volta per tutte. Sembra che passassero i secoli, e invece sono solo cinque anni della mia vita che sono volati in un batter d'occhio. Le foto di quella giornata le conservo in un vecchio album goriziano, che da quando ci siamo trasferiti nella nuova casa era finito in un armadio, e oggi ho deciso di riaprirlo per percorrere, almeno con il pensiero, quel mercoledì di cinque anni fa.

Era dalla primavera dello stesso anno che mi preparavo per quel fatidico 21 dic. 2005. In aprile ero partita per Belgrado, a dire la verità il mio mentore Prof. Cesare La Mantia aveva deciso di rimpatriarmi nella mia amatissima Serbia, dove passai un mese intero a fare la ricerca nell'archivio statale. Scherzi a parte, era un'esperienza più che gratificante, che mi aveva reso una persona migliore, e che mi aveva riempito la valigia di una montagna dei documenti storici che avrei dovuto esaminare e tradurre al mio ritorno nella terra friulana. Nessuno mi aveva chiesto di complicarmi la vita con la tesi sul Vaticano e la Iugoslavia titina, tanto meno già menzionato professore che stimavo tantissimo nonostante avesse bocciato la mia idea originale sul riconoscimento prematuro della Croazia e la Slovenia oltre confine. Era la mia scelta, fatta sia con la testa che con il cuore, che avrei portato avanti nonostante la contrarietà delle persone che mi stavano vicino. Così, una volta tornata da Belgrado, piena di documenti storici, pensieri e parole, mi misi al lavoro. Mi divertivo leggere quelle assurde parole croate, che non capivo e per fortuna che avevo degli amici croati che mi aiutavano a decifrare i vari rebus diplomatici. Dopo un estate davanti al pc, e un autunno trentino che mi incoraggiava di andare avanti, misi la parola fine alla mia tesi di laurea. Che strano tenerla in mano adesso, dopo tutti quegli anni in cui avevo lasciato alle spalle la vita goriziana!

Alla mamma e al papà che mi hanno dato l'opportunità di inseguire un mio vecchio sogno … Al mio nonno scomparso tanti anni fa e ai miei nonni scomparsi da poco. Sono convinta che sareste orgogliosi di me … Agli amici che mi sono stati vicini in tutti questi anni lontano da casa … Alla mia amatissima Serbia … Grazie!

La rileggo e rileggo e non posso fare altrimenti che emozionarmi. È la dedica che scrissi sulla prima pagina della tesi, all'epoca. Tenere questa tesi ora tra le mani mi fa ricordare quegli attimi prima che mi chiamassero a difenderla davanti alla commissione di laurea. Sento quel batticuore che componeva una nuova sonata, le mie mani che sudano mentre cerco di ripassare il discorso che avrei fatto, tutte quelle parole che avrei dedicato al mio progetto di ricerca seguito con tanto amore e tanta dedizione. E quando finalmente è il mio turno, camminando con il passo quasi lento, faccio il disastro totale! In un attimo mi trovo a terra, sembro il toro seduto, e vedo il professor Pilotto che mi viene incontro. Per fortuna non mi sono fatta male, a parte la figuraccia che ho fatto, ma la prendo sul ridere. Mi siedo al banco degli imputati, pronta per essere giudicata per il crimine appena fatto o per la tesi scritta? Meno male che non portavo la gonna, perché in tal caso sì che avrei sprofondato dalla vergogna. Grazie a Dio, tutto va bene, nonostante l'inizio un po' maldestro. Sento che mi proclamano la dottoressa, proprio a me che sempre odiavo i dottori per tutta l'infanzia che avevo passato tra le mura degli ospedali, in Scienze Internazionali e Diplomatiche e sento l'orgoglio e la felicità che mi assalgono. Però non era finita lì! Mi aspetta un vero e proprio purgatorio per i crimini commessi in quegli cinque anni universitari. Vedo dappertutto sui muri dell'edificio la mia foto segnaletica, con tutto l'elenco riguardante i miei misfatti in quegli anni, e come castigo sono persino costretta a leggere quella poesia della mia vita goriziana, mentre mi tocca bere dalla bottiglia di vino. Ma questi italiani sono matti, qualcuno potrebbe dire, però fa tutto parte del protocollo diplomatico che si segue in casi di laurea. È una usanza che da noi nei Balcani non c'è, ma qui è una cosa più che normale ridicolizzarti nel giorno di laurea e non c'era il verso che io potessi evitare il destino rosa. A quei farabutti di miei amici, sapendo che il rosa è il mio colore preferito, era venuto in mente di farmi mettere una vestaglia rosa, una corona del stesso colore che mi fa ricordare le famigerate conigliette del Playboy (che il Dio mi perdoni, proprio a me che ero per anni quasi la suora della Provvidenza) e una bacchetta magica, pure quella rosa. E quando pensavo che il castigo finiva lì, mi toccò fare un giro per l'edificio vestita in quella maniera assurda ma anche carina. Ricordo di aver fatto questo giro con un ragazzo più giovane (non è quello che pensate), carissimo Gaspare L'Episcopia, cercando di evitare prof. La Mantia, che di sicuro si sarebbe pentito di essere stato il mio mentore, vedendomi così in quel look così pink. Incrociando suo sorriso mi fece sentire meglio, un po' più al mio agio, almeno questo significava che mi avrebbe perdonata. Il giro nel purgatorio presto era finito, e mi aspettavano i miei, Clara, Fabi, Ale e Francesca Zilio per iniziare i festeggiamenti. Senza loro, e quelle follie rosa, senza amici balcanici che si laurearono quello stesso giorno che la sera incontrai per festeggiamenti, senza Jovica e Vera, i miei amatissimi genitori, quel 21 dicembre non sarebbe stato così bello.

Il tempo vola. In un attimo sei già grande, adulto, responsabile della tua vita che viaggia veloce sui binari del destino. In questi cinque anni ho viaggiato parecchio. Dal Friuli la vita mi aveva portato nell'Emilia-Romagna, poi fu la volta dell'Ungheria, poi di nuovo la terra trentina. Questi cinque anni mi hanno dato dei piaceri, gioia, felicità, ma anche tanti dispiaceri. A volte persino sento di aver sbagliato tutto, soprattutto da quando ho scritto quel libro che mi ha fatto capire chi ero e cosa davvero volevo. Forse avrei potuto studiare letteratura che mi appassiona tanto, o qualche altra cosa, forse Gorizia non era la scelta giusta. Ma di una cosa sono sicura. Sono contenta di aver conosciuto tutta la gente che conobbi in quegli anni, di aver studiato le cose che allora mi piacevano, di aver condiviso le gioie e i dolori con gli amici che saranno sempre parte di me. Grazie a tutti, proprio tutti. Grazie a Fabiola, Clara, Alessandra, Piermario, Francesca P., Giulio, Matteo, Salvo, Giacomo, Dani Bombardi, grazie veramente a tutti quanti che fecero parte di quella classe che iniziò cammino goriziano nel 2000 con me, che nel bene e nel male mi ha dato tante di quelle emozioni che porterò sempre nel cuore.. E alla fine, un grazie particolare al prof. Cesare La Mantia, che con il suo corso sull'Europa dell'Est non soltanto mi aveva riportato a casa, ma mi ha dato base per un'altra avventura universitaria, quella forlivese, che un giorno percorrerò su questo blog. Chissà, forse quando sarà il quinto anniversario emiliano.

Addio Gorizia, addio Friuli, addio passato … buonasera presente .. camminiamo insieme verso futuro , ovunque esso sia ….

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